Verso la fine del processo di pace in Medio Oriente.
L’editoriale in questione è ampiamente condivisibile e rappresenta una efficace sintesi dei problemi sul tappeto. Ho scelto di pubblicare su questo blog, tuttavia, l’articolo di uno degli analisti più acuti della situazione mediorientale, Rami G. Khouri, in quanto in esso si mette bene in evidenza l’aspetto principale della questione, e cioè il fatto che l’amministrazione Obama, nonostante la retorica profusa a piene mani e i discorsi roboanti, nella realtà appare sempre più lontana da quella figura di “honest broker” del conflitto israelo-palestinese che, a parole, pretende di incarnare.
Il problema è che gli Usa, non riuscendo a esercitare alcuna pressione su Israele, ed anzi affermando con la Clinton che il congelamento degli insediamenti colonici non è più una precondizione per lo svolgimento dei negoziati di “pace, ha di fatto precipitato l’ANP in un vicolo cieco, da cui qualcuno potrebbe essere tentato di uscire proponendo forme di resistenza civile o, addirittura, di lotta armata.
La posizione americana sul rapporto Goldstone, inoltre, ha mostrato chiaramente che gli Usa sono pronti a schierarsi senza esitazione a fianco di Israele anche a fronte di conclamati e gravissimi crimini contro l’umanità quali quelli commessi dall’esercito israeliano a Gaza, scatenando vieppiù la collera e l’indignazione della pubblica opinione araba.
Ma il rischio più grosso, a mio avviso, risiede nella possibilità che gli Usa (e anche alcuni governi arabi) non vedano più nella risoluzione della questione palestinese una priorità nella loro agenda politica, preferendo concentrarsi sulla questione del nucleare iraniano.
Più che un a “brutto mese”, come scrive Khouri, sembra di assistere alla fine di ogni ragionevole speranza su un esito positivo del processo di pace in Medio Oriente.
Un brutto mese per la pace in Medio Oriente.
6.11.2009
Nel gioco del baseball, tre tentativi falliti significano che hai perso, ma nell’ambito della politica estera statunitense a quanto pare questa regola non esiste.
Durante le ultime settimane, gli Stati Uniti hanno fatto tre mosse estremamente controverse nel contesto della situazione arabo-israeliana, che hanno generato scetticismo e preoccupazione su vasta scala; anche se, in realtà, il loro significato profondo rimane ancora difficile da apprezzare, in quanto esso dipende da quello che faranno gli Stati Uniti nelle settimane a venire.
Le tre mosse a cui alludo sono, in ordine cronologico inverso: 1) l’appello del Segretario di Stato Hillary Clinton, rivolto questa settimana ai palestinesi, affinché riprendano i negoziati con Israele a prescindere dal blocco totale dell’espansione degli insediamenti e delle colonie israeliane, apparentemente rimangiandosi la precedente richiesta di Washington che gli insediamenti fossero congelati nella loro totalità; 2) la decisione del Congresso americano di approvare una risoluzione non vincolante che critica e respinge il rapporto della Commissione Goldstone, del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, circa la condotta di Israele e di Hamas durante la guerra di Gaza; 3) il rifiuto dello stesso rapporto da parte dell’amministrazione Obama a pochi giorni dalla sua pubblicazione, verso la fine di settembre.
Questo mese, ci vengono ricordate tre cose: che la politica americana in tutto il Medio Oriente, dalle questioni arabo-israeliane all’Iraq, all’Afganistan, all’Iran, e alla promozione della democrazia e dei diritti umani, è un “work in progress”; che la squadra Obama-Clinton-Mitchell ancora si sta familiarizzando con gli attori e le dinamiche politiche della regione; e che per gli Stati Uniti tutta la diplomazia è una questione di politica interna.
Se da un lato non c’è nulla di nuovo nell’acquiescenza degli Stati Uniti a fronte delle politiche israeliane relative agli insediamenti, o nel tentativo di difendere Israele dalle critiche internazionali, dall’altro questi sviluppi sono significativi in quanto costituiscono i primi indizi di come la nuova amministrazione Obama intende porsi rispetto a due questioni cruciali per il successo degli sforzi di pace: una posizione diplomatica veramente equidistante degli Stati Uniti nella loro veste di mediatore, che favorisca la sicurezza e i diritti di entrambe le parti; e le legittime iniziative internazionali volte ad accertare la responsabilità sia degli arabi che degli israeliani alla stessa stregua, secondo il diritto internazionale, le risoluzioni ONU ed altre norme di condotta rilevanti.
Una spiegazione “generosa” sarebbe quella che afferma che la concomitanza tra la revisione della posizione americana sulla questione degli insediamenti, e la posizione assunta sul rapporto Goldstone, potrebbe essere una mossa tattica destinata ad evitare le distrazioni e a continuare a fare tutto il possibile per riportare israeliani e palestinesi al tavolo dei negoziati, dove avrà luogo il vero braccio di ferro. La visione pessimistica nonché più diffusa è, tuttavia, quella che ritiene che, dopo un breve ma deludente tentativo di neutralità, Washington è tornata alla sua posizione iniziale, vale a dire quella di prendere le parti di Israele e di fare pressione sugli arabi affinché facciano concessioni unilaterali per il riavvio delle trattative di pace.
La mia impressione è che l’amministrazione Obama non abbia ancora formulato nella sua totalità la propria politica sul processo di pace arabo-israeliano, perché il calcolo politico necessario a tal fine – che presuppone sia considerazioni di politica interna che di politica estera – è troppo complesso e costoso per una giovane amministrazione che ha altre battaglie più importanti da combattere. Queste tre mosse degli Stati Uniti hanno a che fare più con la politica interna che non con la diplomazia in Medio Oriente, ma lasciano poche speranze per le prospettive del processo di pace, se è vero che indicano la futura posizione statunitense al riguardo.
La risoluzione del Congresso è un potente ammonimento riguardo all’aiuto interno che Israele e i suoi alter ego nella lobby filo-israeliana a Washington possono ottenere. Il fatto che il progetto di risoluzione che criticava il rapporto Goldstone sia pieno di inesattezze e citazioni fuori luogo sembra riflettere il modo di agire più comune del Congresso, quello di cedere di fronte ai sentimentalismi e alle pressioni filo-israeliane, a prescindere dalla verità. (Si veda l’eloquente lettera del giudice Goldstone alla commissione competente della Camera, dove si mettono in luce errori e mistificazioni, consultabile in rete all’indirizzo https://org2.democracyinaction.org/o/5664/images/Goldstone%20letter.pdf)
Piuttosto che vedere Obama che convince il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a bloccare insediamenti e colonie, abbiamo ora una situazione in cui Israele si è dimostrato in grado di costringere gli Stati Uniti a ritirare la loro richiesta di uno stop completo agli insediamenti.
La signora Clinton non è apparsa convincente quando ha dichiarato che il desiderio dell’amministrazione americana di assistere a un blocco completo era inalterato. Parimenti bizzarra è stata la sua affermazione secondo cui la proposta da parte di Netanyahu di “limitare” gli insediamenti sarebbe “senza precedenti”. Il fatto di essere un precedente o meno non è certo il criterio principale per definire le mosse diplomatiche; sono la legittimità, la reciprocità, e il rispetto del diritto, le chiavi per ottenere la pace, e la Clinton pare averle compromesse tutte quante con una sola battuta.
Agli arabi viene ora chiesto di riavviare i negoziati di pace prendendo come punto di partenza una miscela costituita dalla violazione continuata del diritto internazionale da parte d’Israele nell’estendere gli insediamenti, dall’acquiescenza statunitense di fronte a tale processo, e dal totale disprezzo nei confronti dell’attenzione posta dal rapporto Goldstone sulla necessità che tutte le parti si conformino al diritto internazionale e ai principi vigenti in materia di diritti umani. Questa è una pillola impossibile da mandar giù, e che gli stessi Stati Uniti – ad esempio – rifiutano, quando si tratta di negoziare la questione nucleare ed altre questioni con l’Iran, laddove accettano invece una flessibilità tattica ragionevole allo scopo di affermare ed implementare, piuttosto che eludere e distruggere, le norme giuridiche internazionali vigenti.
Il nono mese di amministrazione da parte di Obama è stato un brutto mese per il processo di pace arabo-israeliano, per l’affermazione della legittimità e della legalità internazionali, nonché per il semplice principio americano, ormai fuori moda, del “fair play”.
Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”
Etichette: medio oriente, palestina, processo di pace, rapporto goldstone
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